ALHAMBRA. GRANADA

Patrimonio dell’Unesco, a buon diritto, insieme al giardino, candidato – tra 21 monumenti finalisti – a diventare una delle 7 meraviglie del mondo.  Perfetto esempio di architettura in stile andaluso, il nome arabo Qalʿat al-ḥamrā significa cittadella rossa, infatti l’edificio è una medina, circondato da mura. Anticamente era una specie di borgo a sé, con moschee, botteghe e tutto quanto servisse alla sopravvivenza della popolazione che abitava. Granada visse un periodo di dominazione araba ma alla fine del quattrocento la Reconquista riportò la città in mani spagnole. Il palazzo reale fu stabilito proprio nell’Alhambra, che fu quindi risparmiata. Molti altri edifici arabi furono invece rasi al suolo. Nell’Albayzin, ad esempio, non si conserva che qualche ricordo delle ben 26 moschee che si trovavano in epoca moresca.

Ci vuole quasi una giornata per visitare l’intero complesso con il giardino, partendo da l’Alcazaba (del XIV secolo, costituito da Palacio de Comares e dal Palacio de los Leones), Mexuar (la sala più antica, per le udienze), Patio del Mexuar o del Cuarto Dorado (in epoca cristiana divenne abitazione della Regina Isabella del Portogallo), Patio de la Alberca o de los Arrayanes (Patio dei mirti), Sala de la Barca (anticamera del salone del trono).

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ALBAYZIN. SULLE ORME DEI MORI DI GRANADA

La traccia moresca più evidente a Granada è un quartiere di grande fascino, che si inerpica su per la collina, in un dedalo di stradine e muri a secco intonacati di puro bianco. Qua e là scale, portoni di legno, terrazze, fonti risalenti all’invasione berbera in epoca medievale e tanti, tanti fiori. E’ Albayzin, il barrio più antico di Granada. La salita verso la cima à las cinco de la tarde, è stata un’esperienza, non solo per il caldo di giugno, ma per silenzio ovattato e quelle strade deserte, su cui risuonavano solo i rumori ritmati dei tacchi e l’ansimare del nostro respiro accelerato.  Un luogo senza tempo. Quello che mi ha colpito sono stati i portoni sprangati e le finestre serrate, un’esperienza diversa dalla vicina Siviglia, in cui i cortili fioriti erano, orgogliosamente, mostrati e non celati, come a Granada.

Quella salita l’ho fatta due volte. La prima così solo per esplorare, per perdermi sulle tracce dei mori, per visitare la Chiesa di San Salvador, i bagni arabi e il museo archeologico. La seconda, invece, è stata di sera, quasi al buio, per raggiungere un tablao di flamenco in cima al mondo. Nascosti in un giardino fiabesco, abbiamo cenato, bevuto e assistito a un languido spettacolo di voci e danza. Indimenticabile e romanticissimo.

GRANADA: ALLE FALDE DELLA SIERRA NEVADA

Granada è stata fondata in epoca romana, nell’entroterra andaluso, ai piedi della Sierra Nevada. Conserva diverse note del periodo moresco, tra cui il meraviglioso quartiere ALBAYCIN, che si inerpica verso l’altro con strette e tortuose callesitas. E’ dominata dall’incredibile ALHAMBRA con i lussureggianti giardini GENERALIFE, patrimonio dell’UNESCO. E’ del XVI secolo la pregevole Cattedrale rinascimentale, che domina il centro cittadino. Una menzione va al drammaturgo Garcia Lorca, originario di Granada, che fu fucilato durante la guerra civile spagnola del 1936-1939.

In 3 o 4 giorni si riesce a visitare la città, godendosi anche la piacevole movida cittadina

GRANADA PER NOI

Ho un blocco su Granada. So che l’ho amata. Mi ricordo la felicità di quel momento. Una felicità che non so più provare. Più che altro non riesco a rammentare la sensazione di quel preciso momento di felicità. Sento solo un vago struggimento per quei giorni felici. Il primo viaggio, prima di Dublino. L’ansia della partenza e il crollo dell’adrenalina dell’arrivo. E poi una strana sensazione in quella città assolata, in giugno, ma anche un po’ desolata per la crisi economica, che aveva colpito duramente tutta la Spagna. Tanti cartelli “se alquila” e “se vende” appesi alle persiane socchiuse di quelle case antiche, nelle vie del centro. L’arrivo nelle ore della siesta, con la città deserta, ha sicuramente amplificato quella sensazione. Ma poi l’arrivo in hotel, un antico edificio con qualche tratto moresco, restaurato e modernizzato, mi ha aperto il cuore a un’oasi di pace e bellezza. Quella molle bellezza della Spagna del sud e dei bei tempi andati. L’AC Palacio de santa Paula è una location perfetta e romantica, situata lungo la Gran Via de Colon. Occupa la ex Casa Morisco del XIV secolo e il convento di Santa Paula – che invece è datato XVI secolo – e conserva intatto un enorme chiostro segreto. L’edificio è protetto dalle belle arti, tuttavia è dotato di tutti i più moderni confort, inclusa una palestra.

TORRE DE ORO.IL PERIODO MORESCO DI SIVIGLIA

Non lontano da Plaza de toros si trova la Torre del oro. Presidio militare risalente all’epoca di dominazione moresca della città andalusa, è una torre alta 36 metri, con 12 lati, che serviva a controllare l’accesso alla città dal Guadalquivir. Prende il nome da un riflesso sull’acqua del fiume,  dovuto a malta, calce e paglia pressata che la ricoprivano. La prima sezione risale al 1220, poi ne segue una seconda del XV secolo e infine la terza e la cupola, che risalgono a metà del 1700. Costituiva uno dei punto di ancoraggio di una enorme catena, che aveva la funzione di bloccare le flotte che si avvicinavano alla città e proteggeva l’Alcazar.

CASA DE PILATOS. LA LEGGENDA DI SIVIGLIA

E anche la casa de Pilatos è un grande esempio architettonico sivigliano del XV secolo. Non le si rende sufficiente giustizia, è meno nota di altri monumenti cittadini, quindi si rischia di perderla per strada. Di tralasciarla, magari per oziare in qualche taverna con una copa di vino tinto in mano.

Residenza del giovane marchese di Tarifa, prende il nome da una serie di mistificazioni attuate dallo stesso padrone di casa, che si adoperò per far credere ai concittadini che, tra la casa di Ponzio Pilato e il Monte Golgota, intercorreva la stessa distanza che separava la propria dimora dal santuario della Croce di Campo. In pratica si diffuse la leggenda che questa fosse una copia della casa del pretore romano. E quindi casa de Pilatos. Il portone arriva da Genova a metà del 1500, la balconata rinascimentale dal Borneo e il cortile centrale è adornato dall’immancabile fontana. Una scalinata piastrellata collega i due piani dell’edificio, che all’interno conserva dipinti di grande valore: una Pietà di Sebastiano dal Piombo e una Tauromachia di Goya.

P L A Z A D E T O R O S. SIVIGLIA

Posso dire che Plaza de Toros è ciò che più mi ha emozionato di Siviglia?

[Odio la corrida. La detesto e la depreco. E’ una barbarie e mai, mai nella vita, andrò ad assistere a un simile orrore.]

Ciò detto, entrare nell’arena, per quanto mesta e vuota, mi ha suggestionato al punto di ricreare nella mia mente l’atmosfera di Sangre y arena o di Matador. Sarà che la costruzione dell’arena della Real Maestranza de Sevilla è costata oltre un secolo di lavori. Sarà che è la più antica arena di Spagna. La costruzione è iniziata nel 1761 e vi hanno lavorato negli anni diversi architetti di fama. E’ internamente costruita in legno, proveniente dalla collina del Baratillo, su cui è costruita e di particolare pregio è il Palco del Principe (riservato alla famiglia reale), che risale al 1765. Al di sotto si trova un portone in ferro: la Puerta del Principe. Passarvi attraverso è il principale desiderio di qualunque torero. Dietro questa porta si trova anche il Museo di tauromachia. Tra fotografie e cimeli, fa bella mostra di sé il pezzo forte: un magnifico traje de luces, appartenuto al celebre matador Manolete, che si esibì in tutte le principali arene nazionali e internazionali e morì nel 1947, incornato da un toro, in una corrida, in ci toreava anche l’amico Luis Dominguin, che fu fidanzato di Ava Gardner e poi sposò Lucia Bosè. E con il gossip dei toreri chiudo e segnalo che è fortemente consigliata la visita guidata, che molto aiuta a ricreare l’atmosfera suddetta. Olè toro! Olè.

Paseo de Colon, 2 – Siviglia