I MULINI A VENTO E L’ACQUA MINERALE

Una delle immagini piu’ suggestive di Porto santo sono i mulini a vento in legno.L’unico mulino originale, pero’ attualmente è nel Museo Cardina, il cui ideatore e propritario produce anche un’ottimo vino.

Particolarita’ da notare: i mulini erano su ruote per poter cambiare direzione al cambio del vento che viene da nord o da sud e cambia repentinamente. Da 35 anni non funzionano piu a causa della lunga siccità che ha colpito l’isola. Con la carenza di acqua e’ cessata la produzione del grano. Un’altra produzione che si e’ estinta era quella dell’acqua,  di qualità eccellente, premiata anche in Argentina. Soppravvive, oggi, solo l’edificio in cui si imbottigliava, all’ingresso di Vila Baleira, vicino all’hotel TORRE praia.

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VENEZIA, UNA VALIGIA TUTTA SBAGLIATA E IL CALDO

Che giornata! Arrivata a Venezia per il mio evento annuale. Sveglia all’alba, letargia acuta in treno, caldo esasperante. La camera non è pronta e cerco invano di porre rimedio alla valigia da isola deserta che ho fatto. Non ho niente di adatto al clima. Tra i tessuti e il nero imperante proprio non ci siamo. Cerco di pensare a un bel giro nei musei. Ho visto Rousseau a Palazzo Ducale. Ammesso che riesca ad entrarci. Però Venezia è sempre Venezia.

VALIGE A NASTRO

Dopo un periodo stazionario, che quasi quasi mi annoio, sono pronta per un giugno su e giù da treni e aerei. Venezia e a seguire senza soluzione di continuità Milano Marittima. Non ci vado credo da 20 anni. E subito Ibiza e al ritorno vuoi non farti 3bgiorni di convegno a Desenzano del Garda, che non esercita su di me la benché minima attrattiva?
Con questo programmino l’organizzazione valigia è imperativo.
Abiti strutturati e un abito da sera per Venezia e per Milano Marittima con un bikini in aggiunta. Scarpe per correre essenziali. Bikini, bikini e bikini per ibiza e poi business casual per Desenzano. Keepall con i cambi pre.impacchettati e via.

QUELLO CHE SUCCEDE A MILANO, SUCCEDE NEL PACKAGING

Questa volta una digressione nel mio lavoro, che è anche una delle mie passioni e dei miei feticci, non me la toglie nemmeno la dea khalì. Parte la settimana prossima un roadshow virtuale nel mondo dell’innovazione del packaging e del food, argomenti strettamente connessi. Si premiano i vincitori del contest che ormai organizzo dalla notte dei tempi, i BEST PACKAGING dell’anno. Come si diventa BEST PACKAGING 2015? Ovvero come si vince l’Oscar dell’imballaggio nell’anno di Expo2015? Con una buona dose di innovazione declinata nella scelta di materiali innovativi, rinnovabili, possibilmente provenienti da materie prime non utilizzabili per consumo umano, con soluzioni tecniche che allunghino la shelf life dei prodotti e che aiutino a prevenire lo spreco alimentare, lungo la filiera e nelle dispense di casa. Con innovazioni tecnologiche che abbiamo ricadute sul risparmio di materia prima, di energia, di tempo e che rendano gli imballaggi sostenibili a tutto tondo. Si diventa Best Packaging soprattutto rispondendo ai requisiti della Carta Etica del Packaging, secondo cui l’imballaggio deve essere: responsabile, equilibrato, sicuro, accessibile, trasparente, informativo, contemporaneo, lungimirante, educativo e sostenibile.
Ecco un viaggio dentro oggetti che usiamo tutti i giorni della nostra vita, pioggia o sole, in salute e in malattia, a casa come in valigia, quindi in viaggio. E poi avete mai notato il packaging dei posti che visitiamo. Ci dice molto sulla società, sulle abitudini di vita e di consumo. Nei paesi in via di sviluppo, secondo dati FAO, si spreca almeno il 60% del cibo, perché non protetto e conservato. Meditiamo gente, meditiamo.

#MDW15

Scriveranno e avranno già scritto tutti della Milano Design Week, come è ovvio. È la più bella e ricca manifestazione che abbiamo in Italia, piena di idee e di spunti creativi e anche di fuffa. Ma un evento durante il fuorisalone non si nega nemmeno ai condannati, si sa. Facciamo che io parlo della mia di settimana del design. Del mio viaggio nell’universo del packaging, che è il mondo, il mio lavoro e anche un po’ la mia ossessione. Ho cercato di far emergere il dietro le quinte del packaging, quello che usiamo tutti i giorni, almeno 20 al giorni, dal dentifricio in giù. Abbiamo trattato il packaging come un oggetto di design, mettendo in evidenza con interventi grafici i punti di novità. Bilancio della settimana circa 1000 presenze e oltre 350 alla festa della Brera night, con il food designer Fabrizio Sansoni, Frog (Pravda e Zinc) al bancone del bar e Terry Birardi in console. Abbiamo fatto anche un incontro per i giovani Designer con la food blogger Alice Agnelli, alias A Gipsy in the kitchen, che ha ridisegnato la grafica della cinfeziobe limited edition del grand Marnier e che ha portato le sue celebri madeleines. E poi Ada Brunazzi con la storia del black box e Francesca Meana con la confezione out of the box premiata all’ultimo Cosmopack. Chiedetemi se sono felice. SI, LO SONO.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OFELÈ FA EL TO MESTÉ.

Per i non meneghini, significa qualcosa tipo: pasticcere fa il tuo mestiere. Fuor di metafora, quando le cose non le sai…. ahi ahi ahi… e infatti. La delusione è cocente. Finisco ora una lunga chiacchiera con un amico regista. Oggi è giornata di intuizioni. Una delle mie solite, quelle intuizioni che sono solo guizzi, flash insomma idee così, tutte da pensare e sviluppare. In questo momento il lavoro mi sta dando delle soddisfazioni. Faccio cose che mi piacciono e sono nelle mie corde. Scrivo. Scrivo tantissimo. E invento eventi. Ecco sto progettando qualcosa per il fuorisalone. L’idea di un docu-film un viaggio nel mondo del packaging, magari partendo dalle opinioni dei designer e della gente. Un’idea senza svolgimento per ora. Il regista l’avrei. Cioè pensavo. Poi ho sbattuto il muso sulla professionalità. Su quello che non so. Quello che non so fare. E sul budget. Quello si che è stato un gancio. KO tecnico. Va beh dai, domani è un altro giorno e un altro viaggio.

LE SOLITE COSE CON OCCHI DIVERSI

Guardare le solite cose con altri occhi, a me fa bene all’anima. Giro per Milano e vedo tante cose che non mi piacciono, tanti piccoli dettagli che ormai sono abituata a non guardare, girando lo sguardo, ostacoli che evito istintivamente. E magari perdo di vista quel tutto, che invece ha una sua bellezza e armonia. Ho visto di recente il video del NY Times 36 hours in Milan. Mi sembra di aver visto un mondo nuovo, in quelle stesse cose che faccio ogni giorno, nel palazzi che mi circondano, negli scorci che guardo, senza vedere, nell’atmosfera che non sento. E – come mi ha fatto notare CC – in tutti i locali in cui vado. Ho visto un mondo che mi è piaciuto. Ci sono volte in cui si parte per partire, e volte in cui si parte per tornare. Adesso ne sono convinta.