LOST IN (PARADISE) CAYO

Un cayo vale l’altro. Son belli tutti. Cayo Largo era paradise lost.  Un micro resort, un micro aeroporto e un micro chiringuito sulla spiaggia. Oggi temo che il turismo abbia fortemente contratto la componente “paradise”.

Via dalla pazza Varadero, a bordo di un velivolo a eliche a ben 12 posti. I sedili fissati un tant al tòc, in compenso il biglietto è costato un investimento di ben 100$, con cui una famiglia cubana avrebbe vissuto un mese. Decisamente tra i meglio spesi della mia vita per un’ora di volo.

La spiaggia bianca, ma così bianca che abbagliava, il sole a picco sul mare turchese e le palme. E anche il vento. E il silenzio. Un silenzio che ho ritrovato solo all’Isola di Sal, a Capoverde. Un viaggio sbagliato, non fosse per la natura violenta.

La giornata è volata.

TRILOGIA SPORCA DE L’HAVANA. TOP FIVE.

NUMERO UNO. Sedersi su una panchina e farsi abbordare da un vecchietto sdentato che cerca di piazzarti la moneta da 3 pesos con il Che. E sborsare 10$ senza batter ciglio. Ricordo che il cambio dollaro/lira era delirante.

NUMERO DUE. il gelato da Coppelia. Di letteraria memoria, la gelateria di cui si parla nella letteratura cubana. Il gelato è molto discutibile, ma ha un fascino tale che ancora me lo ricordo come il più buono del mondo.

NUMERO TRE. Comprare le poesie di Josè Martì nei mercatini. Così come se si fosse potuto scegliere di acquistare Martì piuttosto di Paz.

NUMERO QUATTRO. fare le linguacce ai bambini seduti sui banchi di scuola, con le loro divise linde e i capelli ben ravviati e i sorrisi sdentati da dietro il vetro.

NUMERO CINQUE. La Bodueguita del medio. Il Mojito non mi piace e ovviamente era super turistica, ma è leggenda, è Heminguay. Che c’è da aggiungere?

Le immagini sono scaricate da internet. (non me ne vogliano gli autori, ma non conosco i loro nomi)

TRILOGIA SPORCA DE L’HAVANA. Tra miti letterari e miti di propaganda.

Credo che oggi l”Havana sia più vicina agli antichi splendori architettonici, rispetto a quando l’ho vista io. Ma non penso potrebbe esercitare su di me, più fascino di allora. Si vedevano le prime impalcature per le ristrutturazioni delle dimore storiche affacciate sul Malecon, ma la maggior parte degli edifici versava in stato di struggente decadenza.

Il centro è piccolo si passeggia. Scesi dall’auto al Malecon con l’idea di camminare sul lungomare. Salutai il mio autista e gli diedi appuntamento alle 7 di sera. Avevo sottovalutato la pervicacia del padre di famiglia. Ogni 200 metri era fermo con la baracca e mi faceva segno di salire in auto. L’incubo si è perpetrato e reiterato. Quindi ho accettato di fare un tour guidato delle principali attrattive (di regime) e ho ascoltato l’accorata voce della propaganda. Poi ho avuto un’idea geniale. Stop over alla Bodeguita del Medio. E li con una paio di cervezas è una piatto di riso con fagioli, me lo sono tolto di torno.
A quel punto spazio al vero giro della città fatto di mercatini di libri, e cortili fatiscenti da cui risuonava la musica di Compay Segundo e dei Buona Vista Social Club che avevo sentito suonare a Milano. La giornata è volata.

TRILOGIA SPORCA DE L’HAVANA. Road movie

Stare inchiodata a Varadero aveva senso come fare il viaggio in stiva, in peschreccio con borsa di Vuitton…. quindi, con buona pace di sole e mare, mi cercai un autista, con qualcosa da raccontare lungo la strada per L’Havana. Non ricordo come lo trovai quel vecchietto, furbo e mite, che mi portò, su una vecchia baracca, verso la capitale di tanti miti. Da Varadero a L’Havana non è troppo lunga, ma basta per chiacchierare. Non ero partita con l’idea di ascoltare racconti da regime. Avevo il mio itinerario cabbalistico da seguire. D. mi aveva chiesto libri di poesie e la moneta da 3 pesos con l’effigie del Che. Ognuno ha i suoi feticci. I miei e i suoi erano tutti letterari, di Cabrera Infante in modo particolare, poi Senel Paz; Reinaldo Arenas e perfino Josè Martì. Credo che quel viaggio avrebbe tanto desiderato farlo anche lui, ma non era il momento giusto.

Lungo la strada ci siamo fermati più volte a guardare il paesaggio, osservare gli uccelli nel cielo e prendere un po’ d’aria (non fresca). Occasione per mille chiacchiere e mille domande. Tutte senza risposta. La mia curiosità su Fidel è andata sistematicamente delusa, rimpiazzata dai mitologici racconti di regime. Fidel scampato all’avvelenamento all’Hilton, che poi divenne Habana Libre, Fidel e il Papa, Fidel, Fidel, Fidel. “Ma è vero che Fidel ha diverse case e nessuno sa mai in quale alloggi, per ragioni di sicurezza?” Fidel, Fidel, Fidel….

E arrivammo al Malecon.

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PASSAGGIO A VARADERO

Me lo ricordo come fosse ieri. Arrivo a Varadero alle 10.30 di sera. Che arrivare nei posti di sera e contro la mia religione. Noti solo i dettagli squallidi e avvertì un certa inquietudine di fondo che ti condiziona la notte e un riposo sereno. Per stare nel mio risicato budget avevo scelto un hotel cubano, che si rivelò nel complesso meglio del previsto. In particolare avevo scelto una soluzione a cottage. Mi faceva più esotico. Il colore locale non è mancato. I cottage erano dal lato opposto della strada rispetto al corpo centrale ben più curato e lussuoso. Diciamo che i suddetti cottage erano più simili a un Motel. E infatti la notte ha riservato rumori molesti, urla di ubriachi e telefonate a tarda ora. La maggior parte degli italici compagni di viaggio non misero nemmeno giù la valigia e ottennero cambio stanza immediato. Io, da vera pigra, preferii dormire. Al mattino chiesi di passare dalla dependance all’hotel. Il concierge mi informò che le stanze standard, a cambio gratuito, erano terminate. Restavano le deluxe a $17 extra, a notte. Accettai spavalda. La piccata risposta del cubano Alguien lo encuentra caro si scontrò con il muro della mia snobberia, in bikini a righe e cappellone di paglia. Mi limitai a un laconico “yo tampoco” e allungai la carta di credito. Non dei migliori come inizio. Deve essere stato il karma negativo di Gloria Estefan.

E CUBA FU.

Dico fu, perché fa parte di un viaggio del passato. Non potrò stilare la mia tradizionale top ten. Bodeguita del Medio a parte che è sempre lì. Come il Natale e le maglie a righe, non passa mai di moda. Però i ricordi, i colori e le sensazioni, quelle restano. E anche le chiacchiere a vuoto su Fidel. Che convincere qualcuno a dirti qualche gossip su di lui è più o meno impossibile. Ho appreso che gli Usa hanno revocato l’embargo. Quando ci sono stata io l’embargo c’era eccome. Tuttavia si cominciavano a vedere i primi Cubani che pagavano il ristorante in dollari sonanti. Le contraddizioni del regime.
Un mese di marzo ho preso un pacchetto volo+hotel per …. Si per Varadero. L’ho detto. Che poi l’idea era di muovermi così a caso, dove mi avrebbe portato il cuore e la curiosità. E poi mi andava anche di godermi il sole e il mare.

MY CUBITA LINDA, QUIERO REGRESSAR UN DìA

Chi cantava queste parole? Era Gloria Estefan. La proprietaria di una delle più lussuose ville della Florida, nonché dell’Hotel Cardozo a Miami Beach. Posto che adoro, la posizione è invidiabile, nel pieno dell’Art Deco District, Ocean view ed ha anche un ristorantino molto apprezzabile, dove assaggiare piatti fusion, con forti influenze latino americane e cubane, il Cardozo Bar&Grill. E con l’atmosfera caraibica e la musica cubana che mi suona ancora nelle orecchie, guardo quel tratto di mare turchese, che mi separa dalla mia prossima meta obbligata. My Cubita linda. Cara Gloria, se allora mi avevano infastidito un po’ le tue parole, che stridevano pesantemente con il lusso sfrenato della tua vita americana, dopo essere stata a Cuba, anche se solo per poco tempo, mi devo molto ricredere e molto rammaricare di averti criticata. Cuba ti ruba il cuore. E ci son ragioni storico-sociali che non avevo considerato e che raramente si capiscono fino in fondo, se non provi a metter piede sul suolo cubano. E se non te le senti raccontare da chi le ha vissute.
Quindi un grazie Felix E. per i tuoi racconti, quelli della tua fuga in barca a vela verso ” Maiami” all’indomani della rivoluzione. Per il tuo assurdo rammarico per le pellicce lasciate da tua madre, per la fretta della fuga. Pellicce? A Cuba? Beh si, è vero. Eravate di origine spagnola e poi faceva status. E per quella tua incontenibile rabbia quando hai visto Fidel Castro sugli spalti, alle Olimpiadi di Barcellona nel ’92. Sul momento ti ho odiato, mi hai fatto perdere la finale maschile del 100 metri. Ma ho conosciuto la faccia reazionaria di Cuba, quella che la rivoluzione ha zittito. E poi ho visto quello che Cuba è diventata. E l’esperienza dell’embargo Usa. Grazie Felix. Ho iniziato con te quel viaggio, anni prima di andarci.